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La "Primavera Araba" - un incontro con Gianluca Ansalone

10 novembre 2011

“Se non ci occupiamo noi del mondo, il mondo si occupa di noi”

 

 

 Lo scorso 25 ottobre è stato ospite alla RUI Gianluca Ansalone, analista strategico di sicurezza internazionale presso il Quirinale, per un incontro sulla cosiddetta "Primavera araba".

Non è vero che tutte le rivolte del nordafrica sono accomunate da un afflato di libertà. Iniziate con un ragazzo tunisino che si dà fuoco in segno di protesta a seguito dell'ennesimo sopruso della polizia, hanno dato vita ad un contagio immediato ancora in via di espansione.

Il dott. Ansalone, ci spiega, le interpreta come una sorta di continuazione della Guerra Fredda e trova in esse alcuni punti comuni: si tratta di popolazioni giovani e ben istruite che fronteggiano una situazione di pressochè nulla mobilità sociale; è stata perpetrata una massiccia operazione di speculazione finanziaria cui sono conseguiti ripetuti e vertiginosi aumenti dei prezzi di alcune materie prime e prodotti; alle rivolte hanno fatto seguito poteri assolutisti che garantiscono un “sonno politico” oltremodo dannoso per i diritti di queste popolazioni.

Se però in Tunisia era forte il desiderio di ottenere maggiori libertà civili e in Egitto grande l'identità nazionale e la consapevolezza delle proprie risorse, in Libia la situazione profilatasi era del tutto diversa. Essa consiste infatti in una costruzione artificiosa dell'era del colonialismo (del fascismo italiano). La Cirenaica, il Fezzan e la Tripolitania si trovano represse assieme senza uguaglianza. Condividono la struttura tribale prestatuale della società.

Diverse le domande degli studenti: "Come può dunque agire l'Europa e con lei il resto dell'Occidente?", Ansalone risponde che bisogna rendersi innanzitutto conto delle difficoltà presenti: sia nostre, il debito pubblico dilagante che ci rende quasi sempre poco incisivi sullo scenario internazionale; sia loro, nell'incapacità, a volte, di mantenere salda la ownership del processo di transizione.

E per quanto concerne il “pericolo islamico”? Su di esso c'è grande confusione mediatica. Bisogna parlare innanzitutto de “gli islam”. Inoltre, dopo tanti anni di differenze annullate è normale un ritorno identitario che andrebbe, per questo, assecondato. Il vero pericolo in questo caso, più che i musulmani di Egitto “più ortodossi del Corano”, consiste nelle infiltrazioni terroristiche di Al-Qaeda.

Per concludere, ci ricorda che, nella storia, centro e periferia si sono sempre scambiate di posto. India, Cina, Brasile, Russia, Sudafrica, Indonesia.. sono colossi geopolitici consapevoli delle proprie potenzialità; un po' di sana rassegnazione per rendere lo spostamento il meno traumatico e il più vantaggioso possibile è d'obbligo.

"Se il pianeta stavolta non impara la lezione cercando soluzioni percorribili per tutti, si finirà per alzare nuovamente le cortine dimenticate della Guerra Fredda".